La mia paura più grande
Pubblicato il 26 mar 2026
Sono le 18:30 di un giovedì uggioso.
Sono in uno di quei posti in cui vado quando voglio sentirmi solo.
Mi siedo e comincio a scrivere.
Qualche tempo fa ho letto un libro che diceva che la vulnerabilità è la chiave per una vita migliore.
Per quanto fosse una frase quasi banale, rimasi di stucco.
Io sono tutto il contrario di una persona vulnerabile.
Mi sono sempre tenuto tutto dentro.
Ho sempre affrontato tutto da solo.
Poche persone mi hanno visto stare davvero male.
Forse nemmeno i miei genitori.
Sono bravo a nascondere.
Quella frase però mi è rimasta addosso.
E ho deciso che dovevo provarci.
Così ho fatto.
Nasce il blog.
Inizio ad aprirmi di più con le persone intorno a me.
Mostro lati che prima avrei nascosto.
Butto via una corazza fatta più di insicurezze che di forza.
E vedo cosa succede.
Sono successe tante cose.
Non le elenco.
Ma una cosa è certa:
non tornerei mai indietro.
Anche se ho sofferto.
Mi ha dato tanto.
Fino a poco tempo fa pensavo che la mia paura più grande fosse il tempo.
Ma mi sbagliavo.
Ho capito cosa mi spaventa davvero.
Ed è per questo che sto scrivendo qui.
Sono sempre stato una persona particolare.
Sto bene in mezzo alla gente.
E sto bene da solo.
Eppure, dentro, ho sempre sentito una solitudine diversa.
Più profonda.
Un vuoto che non si riempie.
Nemmeno con la ragazza giusta.
Nemmeno con gli amici migliori del mondo.
(che tra l’altro ho ;)
Non va via.
E non è una lamentela.
Odio fare la vittima.
Questa è una constatazione lucida.
Quella sensazione di essere solo anche quando non lo sei.
Forse è quella che chiamo sindrome dell’incompreso.
Quella sensazione che nessuno ti abbia mai capito davvero.
Qualcuno ci si è avvicinato.
Ma non è bastato.
E forse non basterà mai.
Mi sentirò sempre un incompreso.
Sento il peso della mia complessità.
Del non essere una persona facile.
E non ho nessuna intenzione di semplificarmi,
per essere più digeribile.
Questa cosa non dipende dagli altri.
Non dipende dalle persone giuste o sbagliate che ho incontrato.
È mia.
Sono io.
A volte si attenua.
Ma non sparisce.
Resta lì.
Mi osserva.
E aspetta.
E quando torna, lo fa più forte.
È un circolo.
Non ho paura del tempo.
Ho paura di morire senza essere mai stato davvero compreso.
Solo.
Ed è per questo che provo a mostrarmi.
A dire chi sono.
Con le mie vulnerabilità.
Perché in fondo c’è una speranza:
che qualcuno, un giorno, mi capisca davvero.
Anche se so che quel vuoto non sparirà mai.
Può ridursi.
Ma resta.
Sia chiaro.
Sono grato per le persone che ho intorno.
Ho amici che mi vogliono bene.
Che mi capiscono.
(almeno in parte ;)
Ma quella sensazione resta.
E per tanto tempo ho fatto un errore enorme:
credere che una donna potesse salvarmi.
Che una relazione potesse riempire quel vuoto.
Da questa solitudine perenne.
Da questa perenne incomprensione.
Non funziona così.
L’amore rafforza. Non riempie.
Io invece cercavo qualcuno che mi completasse.
Fallendo miseramente…
Dando in mano troppa responsabilità all’altro.
Quando è solamente mia.
Semplicemente devo far pace con questo.
Sono solo.
E forse nessuno mi capirà mai fino in fondo.
Ma questo non significa che non possa voler bene.
E non significa che non possa essere amato.
Per anni sono scappato.
Pensando di essere sbagliato.
Di non meritarmi l’affetto.
Ho deluso persone.
Sono sparito.
Senza spiegazioni.
Nemmeno io capivo perché.
Appena sentivo qualcosa di vero, scappavo.
Come se non potessi essere amato.
Non so da dove venga tutto questo.
La mia famiglia mi ha sempre voluto bene.
Sono stato amato.
Ma non siamo equazioni.
Non tutto ha risposta.
E forse non la troverò mai.
Convivo con una frase che mi gira in testa da anni:
“Piaci a tutti, ma non ti ama nessuno.”
Sono circondato da tanto.
E mi sento solo.
È assurdo.
Eppure è così.
Sono grato a chi prova a capirmi.
Sono grato anche a chi non ci è riuscito.
Sono grato a chi non sono piaciuto.
Se fossi facile, probabilmente non avrei mai scritto nulla.
Non so se un giorno qualcuno mi capirà davvero.
Non so se sarò amato nel modo in cui vorrei.
Ma so una cosa:
voglio continuare a conoscermi.
E voglio continuare a mostrarmi.
Anche quando fa male.
Mostrate chi siete.
Davvero.
La vulnerabilità non è debolezza.
È l’unica cosa che ci avvicina a qualcosa di reale.
Mostrare solo la parte migliore di noi è stancante.
E soprattutto è una bugia.
Ci da l’illusione di conoscerci.
A te, Andrea del passato.
Quello che non avrebbe mai scritto tutto questo.
Quello che si sarebbe chiuso in silenzio fino a marcire nei suoi pensieri.
E allontandosi da chi provava a capirlo.
Grazie per aver letto.
Non è una richiesta di aiuto.
È un invito.
A essere più veri.
E ad accettare che, forse, il problema non sono gli altri.
Siamo noi.
A presto,
A.L.