Condividere è un atto egoista
Pubblicato il 5 gen 2026
Ciao.
Come stai?
Anno iniziato, responsabilità, scadenze e tutto ciò che già sappiamo.
Oggi ti parlo dell’importanza della condivisione.
No, non sto diventando un crocerossino spinto da onlus opache e poco trasparenti.
Parlo di condivisione di pensieri, di idee, di riflessioni e soprattutto di conoscenze.
In wikipedia ho parlato della condivisione come contenitore di conoscenza.
E se ci fosse ben altro?
Per parlarne introduciamo il concetto di open source.
(astenersi informatici ed aspiranti tali… sarò prolisso)
“Open source, in informatica, significa che il codice sorgente di un software è liberamente accessibile, modificabile e distribuibile da chiunque, promuovendo collaborazione e trasparenza, a differenza del software proprietario il cui codice è chiuso e controllato da un’unica azienda”
E qui già sorgono le prime domande.
Ti sento.
“Eh ma sono scemi, perché mai mi dovrebbe convenire condividere il mio caro e sudato codice?”
Beh, tolta una percentuale di altruisti, su cui regge l’internet globale, gli altri sono puri e meri egoisti.
È semplice.
Metto in condivisione in modo tale da far migliorare il codice a gratis.
Persone utilizzeranno il mio codice, lo miglioreranno e chissà, utilizzeranno la mia idea per fare qualcos’altro.
Io vinco e tu vinci.
Win-win lo chiamano in teoria dei giochi.
Questo genera valore per l’intero sistema.
Ed è ciò su cui è basato l’internet moderno.
“Si Andrea ma va bene, ste cose da informatici, ma quindi?”
Beh.
Quello che ti deve arrivare è l’approccio.
Trasmetto.
Per ispirare.
Per crescere.
Per evolverci.
Se ci fossimo tenuti tutto per noi, probabilmente staremmo ancora a sfregare pietre alla ricerca del fuoco.
La condivisione è l’arte che permette la crescita.
E per quanto preferirei scavarmi la fossa e morire all’istante, anche il tuo TikTok inviato alla persona X è un modo di condividere un tuo interesse, che può generare, che so, altri balletti cringe. (ecco la vena polemica)
Il punto è che non ci soffermiamo mai sull’impatto.
Ogni cosa che esternalizziamo può avere conseguenze pazzesche.
Far conoscere un autore, un libro particolarmente interessante, un argomento qualsiasi, può portare a risultati non deterministici nettamente positivi.
(o perché no autodistruttivi, ma siamo positivi quest’oggi)
I concetti di open knowledge e open source hanno proprio questo come scopo.
Creare valore circolare.
Dico una cosa a te.
Ti interesserai a qualcosa di correlato.
Mi riporterai quella cosa + valore aggiunto.
Ed eccoci qua.
Navigatori che conoscono tutte le strade del pianeta e comunicazione istantanea con ogni posto del mondo.
Togliendo i discorsi meramente economici che non voglio affrontare ora, comprendi bene quanto sia importante trasmettere.
Per te.
Per gli altri.
Per l’intero e variegato ecosistema intorno a noi.
“Si ok Andrea, sempre i soliti massimi sistemi, sii pratico una volta tanto.”
In anzitutto ti calmi.
In secundis, va bene, critica raccolta.
La condivisione come vantaggio competitivo.
Oggi posso trovare informazioni su qualsiasi cosa mi passi per la mente.
E fin qui…
Ringraziamo qualche scemo prima di noi.
Cosa manca?
Manca il “segnale” filtrato dall’esperienza.
Assorbiamo costantemente contenuti, in modo più o meno intenzionale, ma è il loro digerimento che genera valore nella condivisione.
Costruirsi ragionamenti.
Idee.
Opinioni.
Qualcosa che è costato fatica.
Che ha richiesto tempo per sedimentarsi dentro di noi.
Questo è ciò che dobbiamo condividere più di tutto.
Ci permette di arrivare a pensieri migliori e a prospettive laterali che solo un altro punto di vista può offrire.
Siamo tutti bravi a cercare “come fare la pizza perfetta col forno di casa”.
Ma se me lo spieghi tu, preferisco.
Perché ci hai ragionato.
Hai filtrato il segnale dal rumore.
Sai guidarmi meglio.
Questo è ciò che manca sempre di più.
La profondità.
Ognuno di noi ha conoscenze di dominio.
Conoscenze per cui ha studiato, ragionato o semplicemente riflettuto.
Sono quelle che vanno trasmesse più che mai.
Siamo pervasi da contenuti generati da AI.
E non è un problema in sé.
Il problema è che stiamo perdendo il gusto.
Il gusto di capire che molto spesso l’esperienza umana è migliore.
Il taglio personale.
Il modo unico di osservare e interpretare.
Se non preserviamo questo, cadiamo nell’omologazione.
E lì son cazzi.
Diventiamo perfetti, ma asettici.
“Okay ma come faccio?”
Non ti tenere le cose dentro.
Studia.
Approfondisci.
Ragiona.
Su qualsiasi tema tu voglia affrontare.
Davvero qualsiasi.
Trova qualcuno che ti ascolti.
E se non lo trovi, puoi aprire un blog.
Ma occhio.
C’è concorrenza.
Stimola una conversazione.
Non un monologo.
Altrimenti fai prima a parlare da solo.
Mettiti sempre in discussione.
E starai facendo del bene a te stesso.
E alla società.
Tutti abbiamo il dovere di restituire ciò che ci è stato dato.
Give back lo chiamano gli americani quelli fighi.
Perché poi ritorna.
Sia in termini egoistici che altruistici.
“E tu che fai tanto il maestrino, che fai?”
Beh.
Ti ho trasmesso un pensiero.
Una critica.
O magari un apprezzamento.
Probabilmente non cambierà nulla in te.
O forse sì.
Pensieri chiamano pensieri.
Magari tra dieci anni mi dirai che ti ho cambiato la vita.
Ma sarebbe troppo egocentrico pensarlo. Vero?
Sono rimasto stupito da quanti coetanei stiano coltivando l’arte della condivisione.
Non sui soliti social.
Ma in forme più profonde.
L’MIT li chiama digital gardens.
E diciamo che se lo dice l’MIT…
Ognuno di noi cerca di trasmettere la propria identità.
Passioni.
Interessi.
Visioni.
Cerchiamo persone simili per condividere.
Perché facciamo ciò?
Probabilmente perché siamo interessati nell’interessare.
O perché abbiamo paura di morire e vogliamo installare piccoli backup nelle persone a cui trasmettiamo qualcosa?
Non siate avidi.
Condividete.
A presto.
A.L.
P.s.
Primo post dell’anno.
Ci attende un lungo anno.
Tenterò di pubblicare meno e con più qualità.
Ma come al solito sta a me decidere.
Zero aspettative dai.
Sennò mi monto la testa! (più di così…)