Arrivederci, tristezza
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Ho sempre sognato di viaggiare da solo.
A 18 anni volevo andare in America.
Da solo.
Forse un po’ audace come primo viaggio.
Fatto sta che ho sempre rimandato.
E invece eccomi qua.
Sono a Monaco di Baviera, per la prima volta da solo.
E per non farmi mancare nulla, anche per la prima volta in un ostello.
È molto bello, accogliente e stranamente pulito.
Già una gran vittoria.
Viaggiare soli è un’esperienza intensa.
Sei figlio delle tue sole scelte, vedi ciò che vuoi, fai ciò che vuoi, tutto è in funzione di te.
Ti senti come un viandante.
Solitario.
Cammini verso orizzonti ignoti, senza che nessuno ti dica “ho fame”, “non mi va” o “quando ce ne andiamo?”.
Eppure è profondamente triste viaggiare soli.
Sei te, la tua musica e un mondo là fuori che non ti conosce.
Affascinante.
Potresti essere chiunque…
Certo, con un orologio al contrario alla Gianni Agnelli e un braccialetto (da imbucato) con scritto TUM, c’è poco da indovinare.
Il bello degli ostelli è che durante il viaggio conosci persone nuove, culture totalmente diverse, vite totalmente opposte alla tua.
I profumi nella cucina, le abitudini, gli orari di sonno incompatibili, le sveglie ininterrotte, i phon infiniti.
Diciamo che non è tutto rosa e fiori…
Ho toccato con mano che in ostello non si dorme.
Scoperta non particolarmente rivoluzionaria, mi direte voi.
Però pensavo sicuramente peggio.
E poi, comunque, due californiane, un indiano, un’australiana, un inglese e un italiano nella stessa stanza, nemmeno nelle migliori barzellette di Totò.
Vuoi mettere…
Per il resto, da buon viandante, sono venuto qui anche con qualche conoscenza del luogo.
Ho conosciuto molti italiani che studiano qua.
Mi colpisce sempre incontrare italiani all’estero.
Provo uno strano mix di stima, invidia e rabbia nei confronti del sistema.
Ma è un altro discorso che non voglio affrontare oggi.
Sennò butto anche questo post e non leggerai nemmeno questo.
Perché, in realtà, a Monaco non sono venuto soltanto per viaggiare.
Volevo staccare, ascoltarmi, ma anche capire se questa città possa diventare la mia nuova casa.
Come al solito, tutti obiettivi facili…
Lo so, una settimana non basta.
Però volevo ascoltare le mie sensazioni.
La risposta ancora non la so, ma ho sicuramente capito tanto.
Soprattutto su di me.
Il viaggio arriva dopo un periodo molto intenso e importante.
Le cose mi sono andate di gran bene, ma lo stress e la mia ansia, nel mentre, mi hanno corroso.
La mia lucidità ha toccato picchi di bassezza mai visti prima.
Nei momenti morti amebavo tra reel e puttanate varie irrilevanti.
Periodi duri, persone dure.
Faccio schifo con i proverbi, come ben sai…
Per anni mi sono sentito imbottigliato in qualcosa più grande di me.
Ho provato in tutti i modi a uscirne.
E ci sono riuscito.
Ho praticamente finito la triennale.
E non credevo sinceramente di farcela.
Non me la sono vissuta bene.
È stato un percorso totalizzante, estremo, soprattutto negli ultimi periodi, in cui la voglia di finire si mischiava alla paura di rimanere troppo indietro.
La cosa assurda è che, anche quando tutto ha cominciato ad andare per il verso giusto, non riuscivo a godermelo.
Non ero ancora riuscito a razionalizzare quello che era stato.
Quando un attimo di forte gioia arriva dopo lunghi momenti di dolore e stress, si crea uno strano miscuglio.
Non riesci a essere felice.
Non riesci a staccare.
Pensi sia ancora tutto finto, che il dolore sia ancora dietro la porta.
Come se dovessi continuare a preoccuparti di qualcosa, anche quando non ce n’è più motivo.
E forse avevo proprio bisogno di questo viaggio per rendermene conto.
Di camminare senza dover arrivare da nessuna parte.
Di svegliarmi senza avere necessariamente qualcosa da dimostrare.
Di tornare, almeno per qualche giorno, a essere figlio delle mie sole scelte.
Che poi è proprio questo il paradosso.
Ho passato anni a desiderare più libertà e adesso che finalmente sto per averla, un po’ mi spaventa.
Mi aspetta un anno totalmente nuovo, in cui sarò molto più libero.
Una libertà profondamente ambita, ma per me non facile da gestire.
In fondo, viaggiare da solo è semplice.
Decido dove andare, cosa mangiare, chi conoscere.
Ma quando si tratta di decidere cosa fare della propria vita, improvvisamente tutta questa libertà diventa un po’ meno rassicurante.
Ho una profonda paura del futuro.
Non so se prenderò le scelte corrette.
Mi sento nuovamente in quella condizione di smarrimento che provi dopo il liceo.
Con un’età diversa e una consapevolezza diversa.
Grazie al ca…
Direte giustamente.
Va bene, state facendo un po’ troppo i polemici per i miei gusti.
Fatto sta che questo viaggio ha un sapore diverso.
È come se fosse uno spartiacque.
E poi c’è la morte…
Piccola cit.
No, in realtà dopo c’è la luce.
Una nuova luce.
So perfettamente che al mio ritorno dovrò ricostruirmi una normalità.
Una normalità più sostenibile, in cui continuare ad ascoltarmi, rafforzare i rapporti con le persone intorno a me e dedicare più tempo a ciò che mi piace.
Che, piano piano, si sta delineando sempre di più.
Per troppo tempo ho vissuto proiettato verso la prossima scadenza, il prossimo esame, il prossimo ostacolo da superare.
E nel frattempo ho trascurato alcune parti di me.
Adesso voglio riprenderle.
Non so ancora bene come, ma per una volta non voglio avere fretta di scoprirlo.
E in tutto questo, finalmente, posso dire una cosa.
Sono felice.
Quest’anno mi sono successe tante cose.
Alcune mi hanno devastato, piegato in due.
Altre mi hanno arricchito enormemente.
La mia forza di volontà è stata messa a dura prova.
Ho avuto paura, ho vissuto momenti di forte stress, ho dubitato di me stesso.
Eppure, nonostante tutto, sono contento di dire che sono felice.
Del viaggio.
Del percorso.
E di quello che sono diventato.
Che non significa essere arrivato da qualche parte.
Anzi, forse per certi versi mi sento nuovamente al punto di partenza.
Ma questa volta con qualche consapevolezza in più.
E, soprattutto, con la voglia di ricominciare.
Anche a scrivere.
Già, perché ultimamente sono diventato un gastrofighetto di sto c… pure con la scrittura.
Scrivo e getto.
Scrivo e getto.
Non so se sia il blocco dello scrittore o se semplicemente non riesca più ad accettare di pubblicare qualcosa che non considero profondamente qualitativo.
Forse è figlio del periodo che ho vissuto.
Forse ho iniziato a pretendere troppo anche da qualcosa che, in fondo, dovrebbe farmi stare bene.
Il risultato è che da un mese non pubblico nulla.
E così eccomi qua.
Da solo, in una hall (fa figo dire così) di un ostello, a scrivere stronzate che forse dovrei buttare perché non ho detto niente di che.
Ma che questa volta non butterò.
Perché sono vere.
Imperfette, confuse, a tratti contraddittorie.
Ma vere.
E forse è proprio questo che mi mancava della scrittura.
La possibilità di raccontarmi senza dover necessariamente dimostrare qualcosa.
E quindi, nonostante la mia pigrizia unita a una forte ambizione continui a suggerirmi di non pubblicare questo post…
Lo pubblico lo stesso.
Fanculo.
Buon post per ricominciare a scrivere…
Fatto sta che consiglio a tutti di viaggiare soli.
Potreste scoprire quanto sia bello non dover rendere conto a nessuno delle vostre scelte.
Oppure quanto sia difficile, a volte, essere gli unici responsabili di quelle scelte.
Nel peggiore dei casi, scoprirete che in ostello non si dorme.
Nel migliore, potreste provare l’ebbrezza della megalomania e, perché no, mettervi a pubblicare riflessioni senza un senso.
A presto.
A.L.