Caro Tempo
Pubblicato il 11 mag 2026
È parecchio tempo che provo a scrivere un pezzo sul tempo.
Ogni volta butto tutto.
Risulto sempre banale, scontato e tutt’altro che interessante.
È un argomento così tanto raccontato che il rischio di far uscire una cagata è molto elevato.
Ma come dico spesso ai miei amici quando devono fare qualcosa che può risultare banale:
“Questo non significa che non si possa fare.
Anzi, se lo fai bene è spettacolare.
Però è molto facile venga una cagata.”
Una mia amica si incazza sempre quando le dico così.
Come al solito sono sempre pronto a smontare le gioie altrui.
E quindi proviamoci.
E se viene una banalità da strapparsi i capelli, perlomeno ti ho avvertito.
“Il tempo è la rappresentazione della modalità di successione degli eventi, per cui essi avvengono prima, dopo o durante altri eventi.”
Caro tempo,
sei quindi una convenzione.
Un modo che noi abbiamo per stabilire l’ordine degli eventi.
Per misurare le nostre giornate da 24 ore.
Per contare gli anni che viviamo su questa Terra.
Per dirci a che ora vederci per andare a mangiare quella pizza romana premiata a Tor Pignattara.
E tutte le altre vicissitudini quotidiane.
Non ci hai fatto firmare nessun contratto.
Ti è bastato il silenzio assenso.
E adesso siamo tutti tue vittime.
Ogni secondo scegliamo, più o meno intenzionalmente, come usarti.
Se sprecarti.
Se sfruttarti.
Se riempirti.
Se lasciarti scorrere.
Non ci obblighi a fare niente.
Ed è questo il problema.
Potenzialmente potremmo stare sdraiati sul divano tutta la vita.
Tu non manderesti nessun manager a dirci di alzarci.
Forse arriverebbe solo una raccomandata con le bollette non pagate.
È questa libertà che ci frega.
Pensiamo che tu sia infinito.
E quindi ci siamo dovuti inventare il time management.
Le routine.
Le sveglie.
Le agende.
Le deadline.
Tutti costrutti artificiali per impedirci di buttarti via.
Abbiamo capito che più vincoli ci imponiamo, più riusciamo a sfruttarti.
È come con le borse:
più sono piccole e più centellini quello che ci metti dentro.
Anche noi facciamo così.
Ci costruiamo scatole sempre più piccole da riempire.
Perché quando una scatola sembra infinita, iniziamo a perdere tempo.
Eppure sappiamo benissimo che infinita non è.
Solo che ce ne dimentichiamo continuamente.
Procrastiniamo.
Crediamo di poter fare domani quello che dovremmo fare oggi.
Che quegli sguardi ritorneranno.
Che quelle emozioni torneranno.
Che quei momenti si ripeteranno.
Ma nulla si ripete.
È sempre tutto diverso.
È andata.
Costantemente ti perdo.
Perdo tempo a pensare al passato.
Agli errori.
Alle gioie passate.
A quella malinconia che mi stringe nello stomaco.
Perdo tempo a pensare al futuro.
A quello che sarà.
All’imprevedibile direzione che potrebbe prendere la mia vita.
Alla paura del buio.
E nel frattempo mi dimentico del presente.
Tu sei solo una successione di eventi.
E forse lo sono anch’io.
Solo che più vai avanti, più inizi a sentirne il peso.
A 18 anni dicevo sempre sì.
Barattavo il mio tempo con le esperienze.
Con le notti infinite.
Con le persone nuove.
Con tutto quello che potesse lasciarmi qualcosa addosso.
A 22 anni, quasi 23, spesso dico no.
Le priorità sono cambiate.
Ci sei ancora, non sono mica un ottantenne…
Ma sei diventato più costoso.
E devo continuamente costruire scatole per ottimizzarti.
Eppure spesso me ne dimentico.
Che a tutti noi hai puntato un coltello alla gola.
Che piano piano si avvicina all’esecuzione.
(spero non sporchi troppo casa…)
Non sappiamo quando.
Sappiamo solo che c’è.
A volte ci abituiamo.
Non ci facciamo più caso.
Ma è lì.
Lento e inesorabile.
Spesso ti perdiamo cercando di capire come usarti al meglio.
Se stiamo facendo la cosa giusta.
Se quel tempo dedicato ci stia davvero restituendo qualcosa.
Altre volte ce ne freghiamo.
Facciamo finta che tu sia infinito.
Non sentiamo il ticchettio delle lancette.
Immersi nella quotidianità.
Nel dolore.
Nelle responsabilità.
Nella distrazione continua.
Poi però ogni tanto mi fermo.
E lì ti vedo davvero.
E hai corso veloce.
Spesso crediamo di non averti abbastanza.
Vorremmo più tempo.
Per leggere quel libro.
Per vedere quella serie.
Per approfondire i semiconduttori e capire come funzionano i transistor.
Per guardare ancora un attimo la persona che amiamo.
Ma la coperta è corta.
Ed è forse questa l’unica cosa che ci hai insegnato davvero:
tu ci sei.
Ma noi dobbiamo scegliere come usarti.
Vorrei sapere quando finirai.
Così da poter fare tutto.
O perlomeno provarci.
Non sapendolo, mi perdo.
Come un dipendente senza KPI.
Desidero un mondo in cui ognuno di noi abbia una data di scadenza.
Trasparente.
Brutale.
Terrificante.
Mi ritengo un fatalista.
Uno che ci prova davvero, ma che poi dà anche quegli addii silenziosi alle cose.
E se tu decidessi la mia data, credo che la accetterei.
Cercherei solo di arrivarci avendo vissuto abbastanza.
Ma so che non succederà mai.
Ti immagini normare una cosa del genere?
E quindi devo ricordarmi continuamente che esisti.
Che sei limitato.
Che finirò la corsa prima o poi.
E che nel frattempo dovrei vivere.
Non solo rincorrere.
Però spesso vago.
Come se il ticchettio fosse eterno.
Forse perché ho paura.
Sì, paura.
E forse non dovrei nemmeno scriverti.
Ma ho sempre affrontato tutto di petto.
Per questo ti scrivo.
Per ricordarmi che ci sei.
Per affrontarti.
Per dirti che forse ho trovato un modo per distruggerti.
Un modo per far sì che il coltello faccia meno male.
Trasmettere la mia identità.
La mia essenza.
Provare a essere immortale.
O perlomeno provarci.
Altrimenti che senso avrebbe tutto questo?
Che senso avrebbe vivere se tutto cadesse nell’oblio?
Forse ho ancora paura di te.
Perché so che siamo uno sputo nei millenni.
Destinati a sparire.
A essere dimenticati.
A dissolverci dentro qualcosa di immensamente più grande.
E forse non ha senso per nessuno vivere.
Ma tu però sei un costrutto umano.
Una convenzione.
E come tale sancisco che verremo ricordati.
Che non ci mangerai.
Siamo noi i padroni del tempo.
Giusto?
Grazie per quello che ci hai dato.
Per scandire le nostre vite.
Per le paure.
Per le ansie.
Che però danno sapore alla vita.
Se tu fossi infinito, perderemmo il senso.
È la tua finitezza il senso.
Come nei mari infiniti, nessuno ci vuole fare le gare…
A presto.
A.L.