Le sirene ce le abbiamo in tasca

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È complesso.

Pensare ai mille mila progetti che vorrei intraprendere.

La testa mi fa male al pensiero.

A volte vorrei procrastinare tutta la vita.

Ogni attimo perso in qualcosa che forse nemmeno voglio realmente fare.

Non mi sento padrone delle mie azioni.

Mi distraggo.

Ed è questa la cosa che più mi manda fuori di testa:

io le vedo nitidamente, le mie priorità.

So cosa dovrei fare.

Anzi, peggio: molto spesso so anche cosa voglio fare.

Eppure vengono annebbiate, nascoste, inondate da un fiume continuo di cose più semplici, più immediate, più interessanti per i prossimi trenta secondi.

C’è sempre qualcosa da vedere.

Qualcosa da leggere.

Qualcuno da ascoltare.

Un video interessante.

Un articolo.

Una notifica.

Una cosa che potrebbe essere utile.

Un’altra che potrebbe farmi ridere.

Un’altra ancora che non mi interessa minimamente, ma che adesso, per qualche ragione, devo assolutamente vedere.

E continuiamo a riempirci di contorni.

Buoni.

Economici.

Facili da mangiare.

Ci invogliano proprio perché non ci riempiono mai abbastanza.

Ci saziano quanto basta per lasciarci vuoti.

Pronti ad ordinarne altri.

Uno dopo l’altro.

E nel frattempo il vero piatto, quello saziante, quello costoso, quello difficile da masticare, ce lo dimentichiamo.

Il main dish.

Quello che volevamo realmente mangiare.

Non voglio le patatine fritte adesso.

Voglio la carne.

Eppure la carne richiede tempo.

Va preparata.

Aspettata.

Masticata lentamente.

Le patatine invece sono lì.

Costano poco.

Sono semplici.

Ti illudono di saziarti e hanno quel cazzo di kick di sale che per qualche secondo ti fa dimenticare completamente perché eri entrato in cucina.

Ed è forse questa la cosa assurda.

Non è nemmeno vero che il “dovere” non mi piaccia.

Molte delle cose che considero importanti mi piacciono realmente.

Mi piace studiare quando riesco ad entrarci dentro.

Mi piace capire.

Mi piace costruire qualcosa.

Mi piace leggere qualcosa che mi cambia leggermente il modo di vedere il mondo.

Mi piace finire una giornata sapendo di aver portato avanti qualcosa che conta per me.

E allora perché cazzo è così facile sostituire tutto questo con qualcosa che, alla fine, nemmeno mi fa stare bene?

Perché il piacere effimero riesce così facilmente ad anestetizzare quello più profondo?

Forse proprio perché è effimero.

Non chiede niente.

Arriva immediatamente.

E sparisce abbastanza velocemente da costringerci a cercarne subito un altro.

Prima il main dish, poi il side dish.

Me lo ripeto continuamente.

Prima il main dish, Andrea.

Poi tutto il resto.

Eppure non basta.


Mi sento un po’ come Ulisse davanti alle sirene.

Non perché segua delle poco di buono su Instagram, sia chiaro.

Il problema è molto più stupido e proprio per questo molto più difficile.

Ulisse non si lega all’albero della nave perché le sirene gli fanno schifo.

Si lega perché sa che gli piaceranno.

Sa che quando le sentirà cantare una parte di lui vorrà seguirle.

E allora decide prima.

Quando è lucido.

Quando ricorda dove sta andando.

Forse è questo il punto.

Il problema non è che non sappiamo cosa vogliamo.

Il problema è che dentro di noi esistono desideri diversi che parlano in momenti diversi.

C’è l’Andrea delle nove del mattino che vuole studiare.

E poi c’è l’Andrea delle nove e trentasette che vede un video interessante.

Entrambi sono me.

Entrambi stanno realmente desiderando qualcosa.

Ma quale dei due deve decidere?

Quale desiderio deve avere autorità sugli altri?

È questa forse la cosa che chiamiamo disciplina.

Non smettere di avere voglia delle patatine.

Ma ricordarsi che avevamo ordinato la carne.

Ho provato molte volte a cambiare l’ambiente.

Bloccare.

Rimuovere.

Nascondere.

Disinstallare.

Rendere più difficile accedere alle cose che mi distraggono.

Non ricordo dove lo sentii, forse in un video di Wesa: combattere continuamente contro se stessi è difficilissimo, cambiare ciò che ti circonda è molto più semplice.

Ed è vero.

Funziona.

Almeno per un po’.

Ma come ogni fortezza, anche quelle più impenetrabili prima o poi si bucano.

Ci sarà sempre quel video che non volevi vedere.

Quell’argomento interessantissimo.

Quel link.

Quel consiglio.

Quella curiosità apparentemente innocua.

Ed ecco che un quarto d’ora diventa un’ora.

Non puoi costruire un muro contro ogni possibile sirena.

Prima o poi ne arriverà una per cui non avevi predisposto nessuna difesa.

E allora forse il problema non può essere soltanto impedirmi di accedere alle distrazioni.

Deve esserci qualcosa di più profondo.


La cosa che mi preoccupa è che, nel frattempo, abbiamo praticamente industrializzato le sirene.

Le abbiamo messe in tasca.

Milioni.

Sempre disponibili.

Sempre nuove.

E sempre più brave a capire quale canzone cantare.

Non credo ci sia nessun grande piano malefico dietro tutto questo.

Nessun potere forte o altre minchiate simili.

Anzi, forse è proprio questo a rendere il fenomeno più interessante.

Non serve nessun cattivo.

Bastano incentivi.

Basta che l’attenzione abbia un valore economico.

Basta che più tempo trascorso su una piattaforma significhi, direttamente o indirettamente, più soldi.

Poi bastano esseri umani curiosi.

E sistemi abbastanza bravi da capire cosa incuriosisce ogni singolo essere umano.

Il resto viene quasi da sé.

Abbiamo preso una risorsa finita, il nostro tempo, e l’abbiamo trasformata nel terreno di competizione di alcune delle aziende più potenti del mondo.

E attenzione: non penso che il profitto sia il male.

Sarebbe una lettura infantile.

Ha prodotto innovazione, ricchezza, progresso e possibilità che per gran parte della storia umana sarebbero state inimmaginabili.

E menomale che è esistito.

Ma il profitto non è una bussola morale.

Ottimizza ciò che viene premiato.

E se ciò che premiamo è il tempo passato a guardare uno schermo, non possiamo stupirci troppo se diventiamo incredibilmente bravi a costruire schermi dai quali è difficile staccarsi.

Il sistema non deve volerti distruggere.

Deve semplicemente voler trattenere la tua attenzione cinque minuti in più.

Poi altri cinque.

Poi altri cinque.

E alla fine della giornata potresti scoprire di avergli consegnato ore senza aver preso consapevolmente la decisione di farlo.

Ogni singolo gesto era volontario.

La sequenza nel complesso forse molto meno.

Ed è questa una delle cose che trovo più inquietanti.


Mi sento anestetizzato.

Forse è questa la parola migliore.

Anestetizzato.

E ho la sensazione che, in misura diversa, lo siamo un po’ tutti.

Non perché non proviamo più emozioni.

Forse è addirittura il contrario.

Ne proviamo troppe, troppo velocemente.

Dolore per trenta secondi.

Poi gioia per quindici.

Invidia per altri dieci.

Un bambino che muore in guerra.

Scroll.

Un gatto.

Scroll.

Una ragazza bellissima.

Scroll.

Una pubblicità.

Scroll.

Una persona che ha raggiunto qualcosa che desideriamo.

Scroll.

Un meme.

Scroll.

Un incidente.

Scroll.

Una cacio e pepe con i gamberi rossi strepitosa.

Tutto nella stessa interfaccia.

Tutto a distanza di pochi centimetri.

Tutto con lo stesso gesto del pollice.

Non credo che stiamo smettendo di sentire.

Forse non lasciamo più a niente il tempo di sedimentare.

Il dolore arriva e viene immediatamente sostituito.

La gioia arriva e viene immediatamente sostituita.

La noia quasi non riesce nemmeno più a nascere.

E con lei se ne va qualcosa che forse abbiamo sottovalutato.

Il tempo vuoto.

L’attesa.

La possibilità che un pensiero continui ad esistere nella nostra testa per più di qualche secondo senza che qualcosa di nuovo venga a bussare.

Proviamo tutto.

Ma forse assimiliamo sempre meno.

Ed è questa l’anestesia di cui parlo.

Non assenza di stimoli.

L’esatto opposto.

Una quantità tale di stimoli da renderci meno recettivi.


E la cosa spaventosa è che non succede da un giorno all’altro.

Nessuno si sveglia una mattina e decide:

“Da oggi voglio frammentare la mia attenzione per cinque ore al giorno.”

Succede lentamente.

Cinque minuti.

Poi dieci.

Poi tiri fuori il telefono mentre aspetti l’autobus.

Poi in ascensore.

Poi mentre mangi.

Poi mentre guardi un film.

Poi mentre qualcuno è andato un secondo in bagno.

Poi durante una conversazione appena c’è mezzo secondo di silenzio.

Un pezzetto alla volta.

Come nell’antica metafora della rana bollita.

L’acqua si scalda piano.

E proprio perché ogni variazione è piccola, continuiamo a considerare normale la temperatura attuale.

Finché un giorno guardi il tuo comportamento da fuori e ti chiedi quando cazzo sia successo.

Quando è diventato difficile semplicemente stare fermo?

Quando è diventato strano aspettare?

Quando abbiamo cominciato ad avere bisogno di riempire ogni attimo della giornata?

Forse il problema non è che ci stiano togliendo la capacità di concentrarci.

Forse gliela stiamo cedendo noi, un minuto alla volta.


Ed è qui che non riesco nemmeno a prendermela soltanto con “loro”.

Anzi.

No, ancora peggio.

Ci stiamo facendo tutto questo anche da soli.

Nessuno mi obbliga.

Nessuno mi costringe a non andare in profondità.

Nessuno mi mette una pistola alla testa per impedirmi di leggere cinquanta pagine senza guardare il telefono.

Nessuno mi vieta di essere intenzionale.

Nessuno mi impedisce di essere realmente presente nella realtà che mi circonda.

E questa consapevolezza è quasi più fastidiosa.

Perché sarebbe molto più semplice essere soltanto vittime.

Potrei dare la colpa agli algoritmi.

Ai social.

Alle aziende.

Al capitalismo.

Alla dopamina.

Ai neuroscienziati PhD laureati alla Columbia che passano le loro giornate a escogitare modi per fottere Andrea Lenzi.

Sarebbe rassicurante.

Ma non credo sia così semplice.

Siamo dentro il sistema e contemporaneamente lo alimentiamo.

Siamo vulnerabili e contemporaneamente responsabili.

Le piattaforme possono sedurci.

Ma alla fine sono ancora io che tocco lo schermo.

Non sono completamente innocente.

Non sono nemmeno completamente colpevole.

Ed è probabilmente questa zona grigia a essere la più difficile da accettare.


La consapevolezza dovrebbe essere il primo passo.

Lo diciamo sempre.

“Essere consapevoli del problema è già metà della soluzione.”

Bello.

Peccato che non sia vero.

O almeno non sempre.

Io sono consapevole.

Forse fin troppo.

Ho provato a scervellarmi nel cambiare.

Nel conoscermi.

Nel capirmi.

Nell’analizzare perché faccio determinate cose.

Nel costruire sistemi.

Regole.

Routine.

Blocchi.

Liste.

Ambienti.

Eppure sapere non basta.

Posso sapere perfettamente che una cosa non è ciò che voglio fare e ritrovarmi comunque, cinque minuti dopo, a farla.

È questa la parte che mi fa sentire impotente.

Come potrò mai vincere se la battaglia ricomincia ogni singolo giorno?

Un mese riesco.

Poi ricomincio.

Un giorno va bene.

Quello dopo ricado.

Mi sembra una lotta contro i mulini a vento.

E ogni caduta mi irrita perché la interpreto come la dimostrazione che non ho imparato niente.

Forse è proprio questo l’errore.

Pensare in termini di zero e uno.

Vittoria o sconfitta.

Sono stato disciplinato oppure no.

Ho ceduto oppure no.

Sono padrone delle mie azioni oppure sono completamente in balia del sistema.

Forse non funziona così.

Forse non esisterà mai il giorno in cui riceverò una notifica:

“Complimenti Andrea, hai sconfitto definitivamente la distrazione.”

Le sirene continueranno a cantare.

Anzi, probabilmente diventeranno sempre più brave.

E io continuerò ad essere curioso.

Continuerò a essere vulnerabile.

Continuerò a perdere tempo qualche volta.

La domanda forse non è se cadrò.

La domanda è in che direzione sto andando.

Non una monotona crescente perfetta.

Quella non esiste.

Piuttosto una traiettoria che, vista abbastanza da lontano, continua lentamente a salire nonostante le oscillazioni.

Una settimana buona.

Tre giorni pessimi.

Un mese eccellente.

Una ricaduta.

Un’altra correzione.

Un passo avanti.

Due indietro.

Tre avanti.

Forse essere intenzionali non significa controllarsi perfettamente.

Significa accorgersi continuamente di dove ci sta portando la corrente e correggere la rotta.

Ancora.

E ancora.

E ancora.

Forse dovrei colpevolizzarmi un po’ meno.

Non perché non sia importante.

Mi fa profondamente incazzare perdere il controllo del mio tempo.

E probabilmente continuerà a farlo.

Ma trasformare ogni caduta nella dimostrazione della mia incapacità non mi rende più libero.

Mi rende semplicemente più stanco.


Ed è qui che penso all’AI.

Spero davvero che possa democratizzare la conoscenza.

Che possa renderci più facile capire.

Approfondire.

Accedere ad idee che prima richiedevano settimane di ricerca.

Che possa, in qualche modo, aiutarci a vedere l’acqua che si sta scaldando dentro i nostri pentoloni.

Ma c’è una differenza che continuo a trovare interessante.

Il feed ti propone.

L’AI, almeno idealmente, aspetta che tu chieda.

Push contro pull.

Da una parte:

“Guarda questo.”

Poi questo.

Poi questo.

Poi questo.

Dall’altra:

“Cosa vuoi sapere?”

Ed è una differenza apparentemente minuscola.

In realtà potrebbe essere enorme.

Perché se davanti abbiamo uno strumento capace di darci accesso a quantità immense di conoscenza, il collo di bottiglia torniamo ad essere noi.

Bisogna voler chiedere.

Bisogna sapere cosa chiedere.

Bisogna avere abbastanza curiosità da formulare una domanda.

Abbastanza pazienza da approfondirla.

Abbastanza intenzionalità da non utilizzare anche l’AI come l’ennesimo distributore automatico di patatine cognitive.

E forse il vero divario dei prossimi anni non sarà soltanto tra chi avrà accesso all’intelligenza artificiale e chi non lo avrà.

Potrebbe essere tra chi saprà usarla per inseguire domande proprie e chi continuerà semplicemente ad aspettare che qualcuno, o qualcosa, gli dica cosa guardare dopo.

Tra chi tira e chi aspetta di essere spinto.

Tra chi sceglie e chi viene continuamente scelto.

E questa cosa mi preoccupa.

Perché ora più che mai potremmo avere contemporaneamente gli strumenti più potenti mai costruiti per comprendere il mondo e quelli più potenti mai costruiti per non doverlo guardare davvero.


E provo una profonda tenerezza nel vedere un mondo che cade circondato da risatine da trenta secondi.

Forse non stiamo facendo crollare l’umanità.

Forse siamo soltanto esseri umani con strumenti molto più potenti della nostra capacità di comprenderne immediatamente le conseguenze.

Siamo animali.

Bravissimi ad accorgerci del leone davanti a noi.

Molto meno bravi a percepire un pericolo che arriva lentamente, comodamente seduto nella nostra tasca e che, tra l’altro, è anche divertentissimo.

E allora continuiamo.

Una patatina dopo l’altra.

Una risata.

Un’indignazione.

Una curiosità.

Un video.

Un altro.

Poi magari tutti insieme ci disperiamo guardando Temptation Island.

E va bene anche quello.

Il problema non sono le patatine.

Il problema è dimenticarsi che dovevano essere un contorno.


Non so quale sia la soluzione.

Ed è probabilmente la prima volta che questa cosa mi rassicura un po’.

Forse non devo trovarne una definitiva.

Forse non devo diventare immune.

Ulisse non sconfigge le sirene.

Non le convince a smettere di cantare.

Non diventa improvvisamente indifferente alla loro voce.

Si lega.

Passa.

E continua il viaggio.

Forse è questo che posso fare anch’io.

Costruire qualche barriera.

Togliere qualche tentazione.

Imparare a riconoscere più velocemente quando sto andando alla deriva.

Perdonarmi quando me ne accorgo tardi.

E tornare alla rotta.

Ogni volta.

Le sirene continueranno a cantare.

Le patatine continueranno ad essere buone.

Io continuerò probabilmente a mangiarne troppe, ogni tanto.

Ma spero di non dimenticare dove sto andando.

Spero di riuscire a lottare sempre contro questa continua ed estenuante anestesia che non ci uccide.

Ma può indebolirci.

Lentamente.

Un attimo dopo l’altro.

Non voglio smettere di divertirmi.

Non voglio smettere di distrarmi.

Non voglio diventare una macchina per la produttività.

Voglio semplicemente che, quando faccio qualcosa, ci sia almeno un po’ più spesso io dietro quella scelta.

Forse essere liberi oggi significa anche questo.

Non smettere di sentire le sirene.

Ma ricordarsi dove stavamo andando prima che iniziassero a cantare.





A presto.

A.L.