E tu lo porti l'ombrello?

Pubblicato il 17 giu 2026

Se volessimo polarizzare la società in due tipologie di persone, credo ne esistano due.

Chi non porta l’ombrello.

E chi lo porta sempre.

Anche se fuori ci sono 50 gradi.


Ecco, io sono uno di quelli che porta l’ombrello.

Riposto nello zaino.

Sempre.

Sia mai piova.

Sia mai che una tempesta si materializzi all’improvviso.

Ed io rimanga bagnato.

Insieme ai miei dispositivi elettronici.

Con conseguenti imprecazioni rivolte all’aldilà.

Che, ne sono convinto, non fanno altro che aumentare l’intensità della pioggia.

Tutto nasce da quel giorno in cui non te lo porti.

E piove.

Ti bagni tutto.

E capisci che la vita è beffarda.

Perché proprio quell’unico giorno in cui non l’hai portato ha deciso di piovere.

Rinforzando ancora di più l’idea del “non si sa mai”.

Convincendoti che, forse, sia meglio continuare a portarlo.

Poi passano settimane.

Mesi.

Non piove più.

Finché un giorno guardi fuori.

Tutti senza ombrello.

E tu ce l’hai.

E lì il godimento supera le mille fatiche di averlo portato ogni maledetto giorno.

Rinforzando ancora una volta quell’idea.

“Me lo porto. Sia mai…”

Il reinforcement learning, in pratica.

Tocchi il fuoco una volta.

E impari che brucia.

Ecco, la vita mi ha insegnato che bisogna sempre essere pronti al peggio.

Al massimo abbiamo vinto.

Al massimo abbiamo portato un ombrello che non servirà.

Mi chiedo spesso:

“E se succedesse questo? Io sarei pronto? Sono davvero pronto?”

Chiamasi paranoia, Andrea…

Può essere.

Qualcosa dentro il piccolo me si sarà sedimentato.

Un giorno mi sarò bagnato troppo.

Oppure avrò assistito a qualcosa di improvviso.

Non lo so.

So soltanto che cerco sempre di prevedere il caso peggiore.

Anche quando non esiste una soluzione.

Non credo basti un ombrello per tutte le cose.

Sarei campione mondiale di risk management…

Eppure la semplice consapevolezza di averci pensato mi rasserena.

Come se, una volta immaginato il peggio, potesse succedere tranquillamente.

Tanto io ho già vinto.

Ho già sfidato la roulette russa della vita e trovato un piano d’emergenza.

Poi ci sono le contromisure per le cose più razionali.

Tipo i soldi.

Non esco di casa se non ho abbastanza denaro per qualsiasi evenienza di medio o alto rischio.

Un po’ da malati, effettivamente.

Ricordo ancora il piacere quasi assurdo che provavo con la mia prepagata a 16 anni.

Ci caricavo sopra tutti i soldi che avevo.

Non per spenderli.

Ma perché sapevo che, se andavo a fare la spesa con 10 euro in contanti e il conto fosse stato 10,30 euro, avrei potuto usare la carta.

Una serenità non da poco.

Soprattutto per un ragazzo di 16 anni che probabilmente aveva fatto la spesa due volte in vita sua.

E pure controvoglia.

Questo “sia mai” ti accompagna ovunque.

Credo di avere un contingency plan per ogni aspetto della mia vita.

Piani B.

Piani C.

Piani D.

Quanti ne vuoi.

Esiste persino un piano “mollo tutto e sparisco”.

Prendo i pochi spicci che ho.

Non saluto nessuno.

E vivo di stenti.

Tra una spiaggia tropicale e l’altra.

Sia mai mi stancassi di correre…

Ho piani per lasciare l’Italia.

Nel caso non dovesse trattarmi come ritengo opportuno.

Ovvero strapagarmi per le mie innate e spiccate “competenze”.

Sia mai vivessi con il mio potenziale inutilizzato.

Ho piani persino per una futura famiglia.

(ipotetica, dato che la ricerca in ampiezza sta iniziando a diventare stancante…)

Come dare un futuro sereno ai miei figli.

Come educarli.

Come imparare a educarli.

Sia mai mi ritrovassi padre tra un esame e l’altro.

Non so chi mi abbia consegnato questa spada di Damocle.

Questa necessità di essere sempre sul pezzo.

Qualunque cosa succeda.

Sempre pronto a risolvere il problema.

Sempre pronto a trovare una strada alternativa.

Forse mio padre.

Mi ha dato tante responsabilità fin da piccolo.

Forse anche troppe.

E questo mi ha fatto crescere più in fretta.

Più maturo.

Mi sono spesso confrontato con coetanei meno attaccati alla realtà di me.

Ma non perché io fossi migliore.

Semplicemente ci sono stato sbattuto contro prima.

Mi hanno buttato nel mondo un po’ prima degli altri.

Con tutti i suoi pregi.

E tutti i suoi difetti.

Il pregio è che il “sia mai” mi accompagna sempre.

Sono pronto alla maggior parte delle evenienze.

Il difetto è che poche volte mi lascio davvero andare.

E quando lo faccio è perché so che sotto c’è un cuscino morbido ad aspettarmi.

Tutti i rischi che ho preso nella mia vita li ho sempre presi sapendo che, nella peggiore delle ipotesi, sarei caduto sul morbido.

E forse è limitante.

Mi sono fatto male tante volte.

Non sono uno che non si butta.

Anzi.

Però non ho mai davvero rischiato di distruggermi.

A parte un paio di volte.

Ma quelle non dipendevano da me.

Era sempre un salto nel buio.

Ma controllato.

Come se sotto ci fosse un trampolino.

Non so se sia giusto buttarsi senza paracadute.

Sperando di aggrapparsi a qualche albero come fanno gli scoiattoli volanti.

Sicuramente, se impari a volare e non ti schianti, è una figata.

Puoi arrivare in posti dove col paracadute non saresti mai arrivato.

Però se va male è game over.

O comunque estremamente difficile rialzarsi.

Vale la pena?

Dipende.

Perché una cosa è certa.

Io non sono come voi.

La seconda categoria.

Quelli che l’ombrello non lo portano.

Se piove o non piove cambia poco.

Al massimo vi bagnerete.

O chiederete un ombrello a qualcun altro.

Per voi il “sia mai” non esiste.

Esiste il:

“Perché mai dovrebbe succedere?”

Forse vi è sempre andata bene.

Oppure siete semplicemente più coraggiosi di me.

In realtà vi invidio.

Una parte di me vorrebbe essere come voi.

Vorrei uscire con giusto i soldi per una pizza.

Senza preoccuparmi del resto.

Vorrei guardare una persona senza pensare a come starei senza di lei.

Vorrei non chiedermi ogni fottuta volta come farei se fossi solo.

Vorrei essere più incurante del futuro.

Vivermi la giornata.

Senza piani F.

G.

H.

I.

Senza immaginare ogni volta il peggio possibile.

Senza credere costantemente che soltanto io possa salvarmi.

Questa ossessione dell’indipendenza a ogni costo.

Una volta ho provato a lasciarmi andare.

A chiudere quell’ombrello.

Ad affidarlo a qualcun altro, sperando che mi riparasse.

Ma non è andata bene.

Mi sono bagnato.

E rivoglio pure il mio fottuto ombrello.

Il reinforcement learning colpisce ancora.

Però sarebbe da idiota smettere di essere vulnerabile per una persona.

È bello affidarsi all’altro.

Anche quando va contro ogni nostro principio più profondo.

Perché a volte ti porta in luoghi dove da solo non saresti mai arrivato.

Anche se l’atterraggio può essere estremamente doloroso.

Ci sono cose che non si possono prevedere.

Nemmeno con una mente allenata a immaginare ogni possibile scenario.

Tantovale viversela.

Tanto una casa ce l’ho.

La mia estrema capacità di individuare il cuscino in cui cadere è encomiabile.

Non sarei io.

Sia mai mi snaturi…




E tu lo porti l’ombrello?




A presto.

A.L.

Lenzi © 2026