Navigare l'incertezza

Pubblicato il 10 apr 2026

È un periodo molto confuso.

Le cose vanno decisamente bene.

Eppure qualcosa non va.

Donne?

Voi direte, sussurrando.

Tanto sempre lì si va a parare.

I problemi di un uomo sono genericamente tre:

  • il calcio e la conseguente formazione del fantacalcio
  • il lavoro
  • le donne

Dando per assodato che alla prima ci ho messo una pietra sopra da un pezzo,

e che la seconda pare andare discretamente bene,

torniamo sempre là.

Donne.

Ma credo riguardi l’uomo fin dai secoli dei secoli.

Non c’è nulla da fare.

Tentare di capire l’incapibile.

Non che noi fischiamo attenzione…

Perché già vi sento, lì pronte come vipere ad attaccarmi.

Sono con voi.

Però essendo dotato di membro che sembrerebbe ancora funzionante,

è ovvio che guardi dall’altra parte con spaesatezza,

come guardare una grande città per la prima volta.

Ogni città è a sé.

E non c’è navigatore che tenga.

Siamo perennemente in balia di bussole non funzionanti.

Cerchiamo costantemente la stella polare che ci guidi,

anche se sappiamo benissimo che stiamo girando in tondo.

È tutto inutile.

Come dice un caro amico,

più pensi di capire e meno hai capito.

Per carità, è un bel viaggio eh.

Ricco di scossoni, mareggiate e momenti di estrema calma.

Momenti in cui inizi quasi ad apprezzare il mare aperto.

Per poi odiarlo dieci minuti dopo.

Sono veramente una pippa nel tenere il timone.

Costantemente a due secondi dal mandare tutto all’aria.

Fanculo.

Prendo l’aereo.

Poi però ti dici che non possiamo rimanere soli per sempre.

E tutte quelle puttanate che poi scompaiono alla prima mareggiata.

Uno ci prova.

Perché i bei momenti sono davvero belli.

Intensi.

Ricchi.

E anche quelli bassi.

Profondi.

Bui.

In cui ci si scontra con le nostre paure.

Con le nostre insicurezze che finiscono per danneggiare l’altro.

Prendono il sopravvento e attaccano.

Il passato torna.

E il possibile danneggiamento dell’altro ci rattrista.

Ci blocca.

Senza capire che ogni città è a sé.

E ogni storia è nuova.

Faccio schifo a rimanere centrato.

Ancorato a me.

A osservare.

Come farebbero i marinai prima di salpare.

Io sono uno del o va o non va.

Ma i mari non funzionano così.

E nemmeno le donne.

Bisogna andare.

Darsi tempo.

Capire quando aprire la vela e quando accendere i motori.

Odio questa cosa.

Vorrei fosse tutto naturale.

Semplice.

Ma nulla è semplice.

Miliardi di parametri si intrecciano

per far arrivare la nave sana e salva.

Che poi una destinazione non c’è.

È un continuo navigare.

Veleggiare.

Accendere motori.

Rischiare di affondare.

Navigare non è da tutti.

E deve valerne la pena.

A volte non ne vale la pena.

E spesso ho scelto di non navigare.

Forse anche per paura.

Questa volta ho deciso di farlo.

Mi sta dando tanto.

Ho visto bei tramonti.

Mi sono emozionato.

Ho visto paesaggi nuovi.

Mi sono conosciuto ancora di più.

Sto imparando a non mandare tutto a quel paese.

Anche se spesso sono a pochi centimetri dal farlo.

A volte sembra di navigare al buio.

Senza sapere se accendere i motori

o aspettare il vento.

Spesso sbaglio.

Accendo i motori e il vento mi rema contro.

E lì non c’è nulla da fare.

Altre volte è proprio il vento

a portarti in luoghi inaspettati.

E quelli sono i momenti migliori.

Ma tutto parte da una scelta.

Navigare.

In passato ho detto no.

Non voglio.

Non mi sento pronto.

Illudendomi di pensare a me stesso.

Quando forse è proprio l’azione che ci definisce.

Più dei pensieri.

Versare l’acqua dentro al vaso.

E se saran fiori fioriranno.

(credo sia così il detto…)


Apprezzare l’incertezza.

Non vedere tutto o bianco o nero.

Vivere la giornata.

Navigando prima di tutto per noi stessi.

E accettando ogni sfaccettatura del viaggio.

Quelle brutte.

Che, per quanto dure, formano.

E quelle belle.

Che restano.


Navigate.





A presto.

A.L.

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