Stiamo perdendo il gusto

Pubblicato il 30 giu 2026

Negli intertempi della vita.

Recentemente ho avuto molto tempo per pensare, leggere, ritrovare la bussola.

Di riappropriarmi di buona musica.

Intenzionalmente.

Ed effettivamente, più rallentavo, più mi sembrava evidente una cosa:

non stiamo solo consumando contenuti peggiori.

Stiamo diventando meno capaci di accorgerci di cosa è buono.

Stiamo perdendo il gusto.

È come se stessimo perdendo la capacità di distinguere la cioccolata.

Da un pezzo di merda incartato come se fosse una barretta.

Siamo talmente immersi nel rumore che abbiamo perso sensibilità.

Nella critica.

Nello scovare.

Nell’apprezzare la qualità.

Che per carità, “ci può pure avè rotto il cazzo”, semicit.

Però ce n’è.

E pure tanta.

Sia guardando al passato, sia guardando al presente.

Anche se non so per quale bias da “giovane anziano”, devo dire che nel passato mi sembra più facile trovare roba di estrema qualità.

Ma forse è anche perché il passato ci arriva già filtrato.

Del passato ricordiamo i dischi sopravvissuti.

I libri sopravvissuti.

I film sopravvissuti.

Le cose che il tempo ha deciso di non buttare.

Tutta la merda uscita insieme a quei capolavori, semplicemente, non ce la ricordiamo più.

Il presente invece ci arriva addosso intero.

Sporco.

Caotico.

Non selezionato.

Il capolavoro e la copia.

La cosa necessaria e il contenuto fatto solo per occupare spazio.

Il segnale e il rumore.

Tutto con la stessa confezione.

Tutto con la stessa urgenza.

Tutto con la stessa estetica ipercolorata che fa sembrare ogni cosa bella, interessante, imperdibile.

E forse è proprio questo il punto.

La qualità non è sparita.

È sommersa.

Credo che questa perdita di sensibilità dipenda soprattutto dalla quantità di contenuti a cui siamo esposti.

Non dedichiamo tempo a sedimentare.

A ragionare.

A capire.

Leggiamo, vediamo, ascoltiamo cento cose diverse al giorno.

Senza soffermarci praticamente su nulla.

È tutto così rapido.

Escono mille cose nuove al giorno.

Un album nuovo.

Un libro nuovo.

Una serie nuova.

Un video nuovo.

Cento reel nuovi.

Mille opinioni nuove su qualcosa che fino a ieri non sapevamo nemmeno esistesse.

E io spesso mi sento totalmente annebbiato.

Spesso ho la sensazione di non essere padrone di quello che voglio.

Di ciò che voglio approfondire.

Di ciò che mi interessa davvero.

È come se mi venisse vomitata addosso roba.

Che, inschivabilmente, mi colpisce.

Mi intrattiene.

Mi riempie la memoria RAM.

E poi mi lascia vuoto.

Con quella sensazione strana.

Quasi di impotenza.

La costante impressione di non aver scelto.

Di essere stato portato.

Di essere entrato per curiosità e uscito senza sapere bene dove sono stato.

E lì il problema non è semplicemente l’algoritmo.

Non sono uno di quelli che va contro le raccomandazioni a prescindere.

Anzi.

Le raccomandazioni ci fanno scoprire cose nuove.

Cose che probabilmente solo il passaparola, o il bucio di cu., ci avrebbero portato.

Il problema non è quando l’algoritmo apre una porta.

Il problema è quando diventa la casa.

Quando smette di essere uno strumento di scoperta e diventa l’ambiente principale in cui si forma il nostro desiderio.

Perché sì, per carità, è basato sui miei fottuti gusti.

Ma quanto sono ancora miei quei gusti, se sono stati allenati dentro questo vomitamento continuo?

L’algoritmo non conosce davvero ciò che voglio.

Conosce ciò che clicco.

Conosce quanto resto.

Conosce quando cedo.

Conosce il mio comportamento quando sono stanco, annoiato, curioso, vulnerabile, distratto.

E poi mi restituisce una versione sempre più precisa di quei comportamenti.

Sempre più compressa.

Sempre più stimolante.

Sempre più facile da seguire.

I miei gusti allenano l’algoritmo.

L’algoritmo riallena i miei gusti.

E così via.

Un processo ricorsivo che alimenta e peggiora il gusto.

Algoritmi che enshittificano la nostra soglia di qualità.

E questo vale per la musica.

Per i libri.

Per i video.

Per l’informazione.

Per la politica.

Per qualsiasi cosa.

Conosco persone agli estremi della campana.

Chi è totalmente intenzionale.

Non ha nessun tipo di feed algoritmico.

Ascolta ciò che decide lui.

Guarda ciò che sceglie lui.

E poi c’è chi è totalmente vittima.

A cui piace qualcosa solo perché gli è stata proposta.

Che ascolta ciò che gli dice qualcosa allenato su ciò che vuole.

O, forse peggio, su ciò che fa quando non sa più bene cosa vuole.

Nel primo caso, al massimo, riascolterà le stesse canzoni per sempre.

Nel secondo verrà inondato.

Con roba che lo stimola perennemente.

Che lo tiene lì.

Che lo accende per trenta secondi.

E appena finisce, lo lascia aggrappato al nulla.

Non tutto ciò che ci stimola ci nutre.

Non tutto ciò che ci intrattiene ci appartiene.

Non tutto ciò che ci trattiene merita il nostro tempo.

E quindi?

Che tocca fa?

Come al solito.

Equilibrio.

Non idealizzare un passato che, probabilmente, ci sembra più nobile anche perché è già stato ripulito dal tempo.

Però nemmeno arrendersi.

Lasciarsi andare all’algoritmo in pochissimi ritagli di tempo.

Usarlo come ingresso, non come casa.

E dedicare il massimo delle proprie energie ad approfondire ciò che si ha.

Ciò che si è scelto.

Ciò che ha già bussato abbastanza forte da meritare attenzione.

Perché per riacquisire il gusto bisogna mangiare poco.

E darsi il tempo di capire se è buono o meno.

Il gusto non è solo una preferenza.

È un muscolo.

E come ogni muscolo, se non lo alleni, si atrofizza.

Si allena tornando sulle cose.

Riascoltando.

Rileggendo.

Rivedendo.

Cambiando idea.

Capendo perché una cosa ci prende.

Capendo perché un’altra, invece, ci lascia vuoti.

Si allena nel silenzio.

Nella noia.

Nel tempo morto.

Nella distanza tra una cosa e l’altra.

In quello spazio lì, che oggi proviamo a riempire subito.

Siamo troppo superficiali nel valutare la qualità soggettiva di un contenuto.

Troppo rapidi nel dire “bello”.

Troppo rapidi nel dire “capolavoro”.

Troppo rapidi nel dimenticare.

E forse tutto ciò porta anche a produrre sempre più merda.

Perché ogni attenzione è un voto.

Ogni secondo che diamo a qualcosa dice al sistema:

fammene vedere ancora.

Producine ancora.

Spingine ancora.

Non votiamo solo con i soldi.

Votiamo con lo sguardo.

Con il tempo.

Con la permanenza.

Con il fatto che, anche se una cosa ci fa schifo, restiamo lì abbastanza da renderla profittevole.

Alimentiamo una macchina che non ha spina.

E che, anche quando ci lamentiamo, spesso continua a nutrirsi della nostra lamentela.

L’unico modo sarebbe rallentare.

Ma come possiamo?

È uscito un album nuovo.

Un libro nuovo.

Cento video nuovi su YouTube.

Mille reel solo nella giornata di oggi.

Una nuova polemica.

Una nuova guerra culturale.

Una nuova cosa di cui tutti sembrano parlare.

Una nuova urgenza da cui sentirsi tagliati fuori.

E perdiamo mano a mano la nostra capacità di scegliere.

Di dire basta.

Di chiudere.

Di non far entrare tutto.

Di smettere di alimentare un sistema che, nel suo design originario, ha anche qualcosa di nobile:

portare contenuti che nessuno avrebbe visto a tantissime persone potenzialmente interessate.

Solo che quella promessa si sta trasformando in altro.

Nel vomitarci addosso più roba possibile.

Nell’anestetizzare il pubblico.

Nel tenerlo in uno stato di stimolazione continua abbastanza piacevole da non farlo scappare, ma abbastanza vuota da non lasciargli niente.

Prima o poi si lobotomizzeranno e gli andrà bene tutto.

Ed è forse ciò che sta succedendo.

La perdita del gusto non è solo un problema estetico.

È un problema culturale.

E, inevitabilmente, politico.

Una persona che non sa più distinguere tra profondità e stimolazione, tra pensiero e reazione, tra qualità e confezione, è una persona più facile da orientare.

Non necessariamente più stupida.

Magari anche informata.

Aggiornata.

Brillante.

Piena di riferimenti.

Ma frammentata.

Sempre accesa e raramente presente.

E io, sinceramente, non vorrei un presidente del consiglio che ha doomscrollato per cinquant’anni.

Perché questa cosa ci forma.

Ci educa.

Ci abitua.

Ci insegna un rapporto con l’attenzione, con il desiderio, con la complessità.

E se per anni alleniamo la mente a saltare, reagire, giudicare, dimenticare, indignarsi, ridere, passare oltre, poi non possiamo stupirci se facciamo fatica a restare dentro qualcosa di difficile.

Un libro difficile.

Una relazione difficile.

Un pensiero difficile.

Una scelta difficile.

Una battaglia difficile.

L’intenzionalità è forse l’unico modo per rimanere ancorati a noi stessi.

E odio dover ogni giorno lottare per rimanere saldo.

Spesso perdo.

Vincono loro.

Mi perdo nei meandri del futile intrattenimento veloce.

Entro per due minuti.

Esco mezz’ora dopo.

Più stanco.

Più vuoto.

Più lontano da quello che volevo davvero fare.

Vorrei essere più centrato.

Approfondire quello che ho.

Senza cercare sempre stimoli nuovi.

Senza farmi trascinare ogni volta dalla promessa che la prossima cosa sarà quella giusta.

Quella che mi accende.

Quella che mi completa.

Quella che mi svolta la giornata.

Quando magari era già tutto lì.

In una canzone ascoltata meglio.

In un libro letto più lentamente.

In una conversazione portata fino in fondo.

In una cosa scelta e non subita.

Ed è davvero una delle più grandi sfide che tutti noi compiamo da qualche anno a questa parte.

Questa continua ed estenuante lotta contro un sistema che tende ad appiattirci.

A renderci più prevedibili.

A farci pensare, ognuno nella propria bolla, le stesse fottute cose.

A farci desiderare “Sogni non tuoi”.

A farci confondere ciò che ci viene proposto con ciò che ci appartiene.

Noto che molti giovani sono ormai consapevoli di tutto questo.

Però pochi entrano davvero in battaglia.

Sapere di essere dentro un meccanismo non significa esserne usciti.

Anzi.

Spesso significa solo guardarsi cadere con più lucidità.

E ribadisco quanto ciò non sia facile.

È difficilissimo.

Mantenere la propria unicità.

Senza rinunciare totalmente allo scoprire.

Che è il sale della vita.

Il punto è rimanere saldi nella propria essenza mentre si scopre.

Lasciare entrare il mondo senza farsi invadere.

Essere curiosi senza essere passivi.

Aperti senza essere addestrati.

Presenti senza essere continuamente catturati.

Il punto è riappropriarsi di un proprio gusto.

Del ridere.

Dell’interessarsi.

Dell’appassionarsi a ciò che ci piace davvero.

Non perché ce l’hanno proposto.

Non perché era ovunque.

Non perché sembrava la cosa giusta da consumare in quel momento.

Ma perché l’abbiamo scelta.

Intenzionalmente.

Anche se spesso vince.

Ci sono per combattere contro tutto questo.

Ognuno di noi deve trovare le proprie battaglie.

Evitando di dire stronzate.

(soprattutto se politiche…)

Questa è una delle mie.

Lottare per un mondo in cui c’è ancora del segnale.

Lavorare giorno per giorno per imparare a filtrarlo.

In mezzo a questo infinito rumore che si fa sempre più assordante.

Sempre più attraente.

Sempre più bravo a travestirsi da desiderio.

Proviamo a riappropriarci di noi stessi.

Del nostro tempo.

Del nostro silenzio.

Del nostro gusto.

Non per chiuderci al mondo.

Ma per tornare a scegliere cosa far entrare.

Prima che sia troppo tardi.

Prima di dimenticare chi siamo.

Prima di scambiare per nostro tutto ciò che ci è stato soltanto proposto.


Cazzo.

Anche io sto alimentando la macchina del rumore…

Spero abbiate dei buoni filtri.





A presto.

A.L.

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