Una giornata senza meta

Pubblicato il 20 dic 2025

Café Libreria

Sono in una libreria caffè.

Sono solo.

Nessuno conosce la mia identità.

Potrei essere chiunque.

Non devo spiegare niente a nessuno.

Sono spogliato di tutto.

Sono una persona come un’altra.


Librerie indipendenti.

Stanno sparendo sempre di più.

Il capitalismo che tanto dà,

sta togliendo e mercificando la cultura.

La diversificazione.

Ma oggi non voglio fare politica.


È rilassante.

Stare in una città, entrare in un bar.

Parlare con persone che non vedrai mai più.

Davanti a me ci sono persone che lavorano.

Chissà che fanno nella vita, chi sono e cosa li sta penando.

Ma siamo nel luogo delle non domande.

Continuo ad osservare.

Okay, effettivamente c’è gente parecchio strana.

Ma chi sono io per giudicare.

Beh, però quei calzini sono davvero orrendi.


Ci sono molti libri che non vedo nelle classiche librerie.

Hanno belle copertine.

Giudico un libro anche dalla copertina?

Sì.

La forma è importante.

Se la copertina è curata, vuol dire che si tiene al racconto.

O è solo il marketing che mi sta fregando.

Probabile.


Le persone entrano incuriosite.

Si guardano intorno.

Sfogliano libri che probabilmente non compreranno.

Si avvicina il Natale.

Molte persone stanno comprando i regali.

E un buon libro è un’ottima soluzione.


Ultimamente ho conosciuto una ragazza.

Lei legge narrativa.

Credevo che solo mia madre si spingesse così in là.

Fino ad ora ho letto solo per imparare qualcosa.

O perché volessi approfondire un argomento.

E forse la cosa che mi manca è leggere storie.

Senza un fine ultimo.

Solo per leggere un racconto.

Che probabilmente mi insegnerà qualcosa.

Ma non è quello lo scopo del libro.

Ho sempre trovato noioso leggere narrativa.

Ma non sono così orgoglioso.

Spesso cambio idea.

Anche se lei non lo crederà mai.


Ultimamente, colpa di alcune risorse segretissime che seguo,

mi si sta accendendo la miccia di leggere Bukowski.


“Sono andato di sopra e mi sono messo al computer. É il mio nuovo conforto. Da quando l’ho preso la mia scrittura è raddoppiata per vigore e produzione. É un aggeggio magico. Mi ci siedo davanti come molti fanno con il televisore. “É solo una macchina da scrivere potenziata,” mi ha detto una volta mio genero. Ma lui non fa lo scrittore. Lui non sa cosa vuoi dire quando le parole divorano lo spazio, si stagliano nella luce, quando i pensieri che ti vengono in mente possono tradursi immediatamente in parole, e questo richiama altri pensieri e altre parole. Con la macchina da scrivere è come camminare nel fango. Con un computer, si pattina sul ghiaccio. È una fiamma che divampa. Chiaro, se non hai qualcosa dentro è tutto inutile. Per non parlare del lavoro di rifinitura, le correzioni. Diavolo, prima dovevo riscrivere tutto due volte. La prima per buttarlo giù, la seconda per correggere gli errori e i casini. Così invece basta una, per divertirsi, per la gloria, per la fuga. Mi chiedo quale sarà il prossimo passo dopo il computer. Probabilmente basterà premersi le dita sulle tempie ed ecco la spatafiata già bella e pronta. Certo, prima di cominciare bisognerà riempirsi, ma ci sarà sempre qualche fortunato che lo potrà fare. Speriamo.”


Il capitano è fuori a pranzo, Charles.

1998

E ha previsto tutto quanto.


Chissà come prenderà la mia vena non saggistica.

Ho dei racconti che mi hanno sempre affascinato,

ma che non ho mai letto.

Vedremo.


Esco dalla libreria,

dopo aver bevuto un buon cappuccino.

Anche se odio attendere,

la barista non era così rapida.

Ma lì è tutto lento.


In questo quartiere ci sono molte librerie.

È bello.

Prendo un signor gelato.

Sì, il gelato d’inverno.

Passeggio per le vie della Sapienza.

Penso a quello che sarebbe stato se fossi venuto qui.

La mia vita sarebbe estremamente diversa.

Qui c’è il mondo.

Da me è tutto ovattato, chiuso.

Con tutti i pro e i contro del caso.

Qui c’è apertura.

Miscuglio eterogeneo e non.

Chissà.

O forse è il paradosso dell’erba del vicino sempre più verde.

Solo sensazioni.

Niente razionalizzazione per oggi.


Ultimamente ho fatto una serata con un mio amico.

Ci siamo solo lamentati.

Nessuno stralcio di soluzione proposta.

Odio lamentarmi a vuoto.

Però mi rendo conto di quanto sia liberatorio.

Anche se profondamente inutile.

Ma facciamo fin troppe cose inutili.


Roma è tutta addobbata.

Si respira il profumo dell’inizio delle preparazioni.

Il rientro dei fuori sede nelle proprie case.

Il correre a fare i regali dell’ultimo minuto.

Devo ancora farli.


Sto tornando a casa.

Adoro passeggiare senza sapere dove sto andando.

Una volta queste giornate le facevo più spesso.

Andare in zone diverse.

Perdermi.

Devo tornare a farlo.

Mi arricchisce.

Una giornata particolare.

Senza un fine.

Come i racconti dei libri.

Vivere e basta.

Senza perché.

E forse tutta questa complessità che costruiamo

è solo una scusa

per non vivere la semplicità?



A presto.

A.L.

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