Cose che mi succedono

Pubblicato il 2 lug 2026

Mi succedono molte cose nella mia vita.

E per quanto provi a limitarne il più possibile.

Accadono.

Come quei fiumi che scorribandano impetuosi.

Ma è sempre prenderla a ridere la chiave.

O al più un insegnamento.

Un’esperienza ci aiuta a riempire la nostra cassetta degli attrezzi.

Pronta per le nuove evenienze.

Che non sono mai le stesse.

Però potrebbero essere simili.

Meglio provare a usare un cacciavite a stella su una vite a taglio.

Piuttosto che le dita…

E quindi?

Oggi vi racconto alcune storie brevi, medie, lunghe, che mi sono successe negli ultimi mesi.

Mica vi racconto tutto…

Tranquilli.

Devo pur sempre mantenere l’aura da uomo misterioso affibbiatami.


Indice

Ho incontrato un astronauta.

Sì, vero. In carne e ossa.

Una di quelle esperienze che farebbero felice qualsiasi bambino del mondo.

Tutti noi abbiamo sognato di andare nello spazio.

Complici Buzz Lightyear e Super Mario Galaxy.

Poi cresci, scopri che serve un addestramento militare e molto altro.

E la voglia passa immediatamente.

Però è sempre bello ascoltare una persona appassionata.

È venuto Paolo Nespoli nella mia università per un convegno.

Dopo aver reclutato un po’ di persone interessate, con il mio solito modo di fare da agente immobiliare che vende sogni, siamo andati.

La squadra, per motivi di privacy, non posso citarvela.

Sappiate solo che, come spesso mi contraddistingue, ero il più coglione della stanza:

due ingegneri meccanici, uno studente di ingegneria aerospaziale e poi io, un gestionale che a malapena sa come si calcola la traiettoria di un proiettile, figurarsi quella di un razzo.

Però mi piace mettere insieme capocce diverse.

Dovrei fare altro nella vita, mi sa…

Comunque arriviamo.

E mi rendo conto che forse ci siamo imbucati.

Gli unici italiani erano il magnifico rettore, che saluto, l’astronauta, una docente di medicina, che poi ho scoperto essere a capo dell’osservatorio di Tor Vergata per lo space medical science (non proprio micio micio bau bau direbbe un amico…) e il responsabile dell’aula dei convegni, su cui torneremo tra poco.

Per il resto, tutti ricercatori provenienti da ogni parte del mondo.

Letteralmente.

E con la solita sfacciataggine che mi contraddistingue ho detto:

“Ma sì, questo è il nostro evento.”

E ci siamo seduti.

Tutti con il badge. Tranne noi.

Esilarante.

L’intervento è stato davvero molto interessante.

Profondo.

Ci ha spiegato come funziona la governance della NASA e come questa si interfaccia con l’ESA e gli altri enti governativi.

Il tutto condito da qualche critica alle frequenti, e ormai quasi normali, assurdità statunitensi.

Tipo: va benissimo la cooperazione, andiamo insieme sulla Luna e tutto il resto.

Però il primo uomo che scende deve essere dei nostri.

Noi mettiamo il grano, voi muti.

Che bello il sano capitalismo.

Un concetto che mi ha colpito molto è stato quello della coopetition.

Un incrocio tra cooperation e competition.

La cooperazione è bella e pacifica, ma da sola rischia di stimolare poco.

La competizione è più brutale, ma smuoverebbe anche un carro di buoi.

Provare a prendere il meglio di entrambe potrebbe davvero accelerare il progresso tecnologico.

Competere per arrivare primi.

Condividere i risultati per far crescere tutti.

Un concetto tanto banale quanto rivoluzionario, almeno per la mia umile mente.

Applicabile in tantissimi ambiti, dalla vita fino alla tanto amata corporate culture, di cui faccio parte.

Ma che c’entra il responsabile dell’aula?

Beh immaginatevi la scena.

Una platea colta e ricca di personalità che assiste ad un gioco di luci continuo, sembrava di stare in discoteca.

Tutto ciò per proiettare un video della NASA.

Il tecnico dell’aula non riusciva a spegnere le luci e continuavano a lampeggiare con frequenza molto rapida.

Si spegnevano per un minuto e ricontinuavano a lampeggiare.

Devo dire una maestosa figura di merda per l’Italia…

Finisce il convegno.

Sicuramente arricchiti.

E anche con una discreta fame sul groppone.

Ma devo fermare qui il racconto.

Non potrei mai dirvi che ci siamo imbucati anche al buffet.

Sarebbe falso.

E profondamente riprovevole.

Posso però dire di aver conosciuto un astronauta.

Da aggiungere sul curriculum.

Magari nella sezione “esperienze utili per i prossimi attacchi da uomo performativo”.


Sono andato a un concerto indie (davvero indie).

Sì, lo so.

Non ve lo sareste mai aspettato.

Diciamo che un concerto pieno di radical chic, alternativi (veri) e la mia persona sono mondi abbastanza distanti.

Ed è assolutamente vero.

Però una cosa nella vita l’ho capita: bisogna esplorare tutti gli ambienti.

Tutti.

Al massimo passi una serata sul ridere.

Ti porti a casa una storia da raccontare.

E sul curriculum questa esperienza mi mancava.

Un caro amico, ingegnere del suono e fiero sostenitore della sua slow life contrapposta alla mia corporate life, mi scrive:

“Vuoi venire al concerto di Mille?”

Le mie certezze erano tre.

  1. Non sapevo minimamente chi fosse. Nemmeno in faccia.
  2. Ero convinto avesse scritto Millie, tipo Millie Bobby Brown.
  3. Non avevo capito che il concerto fosse all’EUR Social Park.

Ma ormai avevo capito l’andazzo.

Conoscendo il mio amico ho pensato: sarà un bell’esperimento sociale.

Why not?

Poi ho scoperto che i biglietti erano gratis.

Ancora meglio.

E poi c’è una cosa che devo ammettere pubblicamente: ogni volta che mi consiglia musica ci prende.

Quindi mi sono fidato.

In macchina mi racconta che, in realtà, aveva suonato un suo pezzo una sola volta.

E che nemmeno lui la conosceva davvero.

Perfetto.

Si partiva benissimo.

Mangiamo vicino ai Laghetti dell’EUR.

Essendo un ex informatico convertitosi alla musica, lo assillo di domande sull’AI, sulla vita e su cosa farebbe se la donna che le piace tantissimo vota Vannacci.

Vi lascio immaginare la risposta.

Arriviamo.

Un caro amico parcheggiatore abusivo mi dà qualche dritta su come parcheggiare.

Avrà notato che la mia macchina non aveva le telecamere.

Ha chiesto una tip per la consulenza.

Come non retribuire chi offre consigli strategici…

Soprattutto con mille euro di Mac nel bagagliaio.

Entriamo.

L’ambiente era esattamente quello che mi aspettavo.

Frequentavo quel posto già a diciott’anni e, per quanto gli eventi fossero cambiati, il mood era rimasto identico.

Per integrarmi tra le innumerevoli Birkenstock ho fatto l’unica cosa che un uomo deve fare in ogni occasione,

immergersi nell’ambiente.

Ordiniamo da bere.

Una Nastro Azzurro alla spina.

Ampia scelta…

C’era solo quella.

Ma alla fine è birra.

Bevi e basta.

E così abbiamo fatto.

L’afa era direttamente proporzionale alla quantità di ventagli sventolanti, rigorosamente fatti a mano in una fabbrica cinese.

Prima del concerto sale sul palco una ragazza.

Da sola.

Con la chitarra.

E con quella voce perfettamente riconducibile a una sola zona di Roma:

Flaminio.

Però brava.

Poi arriva lei.

Mille.

Che, lo ammetto, nella mia testa assomigliava a Fiorella Mannoia con trent’anni di meno.

Parte il primo pezzo.

Chitarra elettrica.

Band.

Energia.

Tutto molto figo.

Finché arriva il ritornello che mi fa capire che ormai ero completamente incastrato.

“Sai che un posto sicuro sarebbe il mio culo. Lo so, è divisivo, ma è già a metà.”

Un ritornello sublime.

Quasi dantesco.

E lì hai una sola possibilità.

Cavalcare la vibe.

Devo dire una cosa.

Grande performer.

Davvero.

Ha tenuto il palco meglio di tanti artisti molto più noti.

A un certo punto tira fuori il telefono e dice:

“Fateci quello che vi pare. Video, foto, qualsiasi cosa.”

Lo passa al pubblico.

E il concerto continua.

Il mio amico, però, sapeva benissimo che quando quel telefono sarebbe arrivato nelle nostre mani avremmo fatto qualcosa di stupido.

Così è stato.

Ce lo passano due ragazze davanti a noi.

Il loro tasso alcolemico era decisamente superiore al nostro, anche perché le Nastro Azzurro difficilmente competono con i Negroni.

Il mio brillante compagno, per lasciare un ricordo indelebile, tira fuori sul suo telefono la foto di un pappagallo.

Io guardo la camera e dico a Mille che non la conoscevo, ma che era davvero brava.

Come se la cosa potesse minimamente interessarle.

Vabbè.

Sano egocentrismo capitalista.

Poi il telefono torna alle due ragazze.

Che decidono improvvisamente di baciarsi.

Fin qui tutto normale.

Peccato che una delle due, pochi secondi dopo, rincorra il telefono chiedendo disperatamente di cancellare il video.

“Se esce mi lascio. Sono fidanzata.”

E io, forte della saggezza accumulata in anni di vicissitudini, rispondo:

“Vabbè, con una donna non vale.”

Ridono.

Poi una mi guarda e fa:

“Beh… se stai con una donna sì.”

Ed è in quel momento che realizzo la figura di merda appena fatta.

Subito dopo rincara la dose.

“Bella però questa cosa maschilista patriarcale per cui baciare una donna va bene, un uomo no.”

Nessuna mi aveva mai dato del maschilista patriarcale.

Almeno seriamente.

È stato bello.

A quel punto ho applicato una tecnica comunicativa molto raffinata.

In gergo si chiama “fare pippa”.

Ho sorriso.

Hanno sorriso.

Abbiamo riso tutti.

Ed è finita lì.

Non avevo alcuna intenzione di aprire un dibattito filosofico.

Se avessi aggiunto “perché con una donna ci fa piacere”, probabilmente sarebbe scoppiata la Terza guerra mondiale.

Ho pur sempre un animo diplomatico…

Da lì in poi abbiamo ballato, cantato e fatto amicizia.

Concerto davvero molto bello.

Nel finale Mille ha iniziato a suonare dei tamburi usando l’acqua sulla pelle battente.

Per un attimo mi è sembrato di stare dentro La grande bellezza di Sorrentino.

Una scena davvero affascinante.

È stata una serata particolare.

Divertente.

Una bella scoperta.

Non da tutti i giorni.

Ma da fare almeno una volta.

Ogni tanto bisogna uscire dai propri preconcetti.

Al massimo li confermi.

Però almeno dopo averli visti con i tuoi occhi.

Sul curriculum posso aggiungere:

“Maschilista patriarcale.

Ma progressista di ampie vedute.”


Ho lavorato a due eventi “particolari”

Per i pochi che non mi conoscono, oltre a studiare e scrivere part time, faccio lo steward all’Auditorium Parco della Musica nei ritagli di tempo.

Potrei scrivere un post intero sulla quantità di persone fuori di testa, situazioni surreali e incontri improbabili che mi capitano.

Un vero trattato sociologico.

Ma sarà per un’altra volta.

Oggi vi racconto due episodi successi negli ultimi mesi.

Il convegno di fuffaguru

Vi lascio direttamente gli appunti che ho scritto quel giorno.

Pochette falsa sotto l’ascella.

Capello ingellato.

Pantalone rigorosamente stretto.

Mocassini di plastica di Zara.

Scollatura ben pronunciata per ingolosire i polli da inculare.

Accento meridionale o hinterland milanese.

Sagra dell’apparenza.

Versace Eros.

Abiti gessati.

Patek o Rolex rigorosamente falso.

“Non è un problema di competenze. È un problema di fame.”

“Parlare ti fa monetizzare.”

“I politici parlano e fanno soldi.”

“Elon Musk parla e fa soldi.”

“Bill Gates parla e fa soldi.”

Credo sia stato il turno più difficile della mia vita.

Non per la fatica.

Per la trattenuta.

Ero a tanto così dal prendere un ragazzo e spiegargli, numeri alla mano, quanto fosse improbabile diventare ricco con il trading.

Ma non era il mio ruolo, quel giorno.

Quel giorno dovevo solo guardare.

E quello che ho visto è il fallimento del nostro sistema educativo.

Poca educazione civica.

Poca educazione finanziaria.

Poco pensiero critico.

E tanta manipolazione su un tema delicato come i soldi.

La presentazione era un concentrato di nulla cosmico condito da sentimentalismo.

Efficacissimo, peraltro.

Ho visto persone genuinamente convinte.

Ragazzini esaltati per due spicci sul conto bruciati.

Finti milionari convinti di esserci arrivati.

Stavo per scrivere un articolo demolendo tutto punto per punto.

Poi mi sono chiesto: perché?

Chi era in quella sala non lo leggerebbe mai.

L’unica cosa che mi sento di dirvi è questa.

Se avete vicino qualcuno che rischia di cadere in queste trappole, provate ad aiutarlo prima che sia troppo tardi.

Ah, un’ultima cosa.

Compratevi un Timex.

Costa poco.

È bello.

E farete comunque una figura migliore di quella porcheria che avete al polso.

Grazie.

Convegno cinese

Ultimamente mi sto appassionando molto alla Cina.

Il modo in cui stanno affrontando la questione AI mi incuriosisce parecchio.

Un approccio aperto, orientato alla condivisione e alla ricerca, nonostante le limitazioni hardware imposte dagli ammericani.

Anche nel settore automotive stanno facendo un lavoro enorme.

Di BYD parlavo già più di un anno fa…

Fatto sta che è una cultura che conosco pochissimo.

E vedere la più grande compagnia assicurativa cinese organizzare il proprio retreat a Roma è stato davvero interessante.

Mi ha ricordato quanto siamo immersi nella nostra cultura.

E quanto, appena ne esci, tutto cambi.

Quel giorno faceva un caldo infernale.

I dirigenti aspettavano all’interno, al fresco.

I dipendenti erano fuori, ordinati per città di provenienza, a contendersi qualsiasi pezzetto d’ombra.

Le donne avevano praticamente tutte lo stesso vestito bianco, gli stessi tacchi e la stessa acconciatura.

Gli uomini lo stesso completo.

Erano perfino divisi nelle file.

Donne da una parte.

Uomini dall’altra.

Tra i dirigenti avrò visto due donne su una ventina di uomini.

Avevano preparato un red carpet all’ingresso.

Ma nessuno poteva attraversarlo prima dell’amministratore delegato.

Lui è arrivato con moglie, figli e una specie di cortigiane.

Applaudito come una rockstar.

Sembrava che alla festa aziendale di Eni entrasse Descalzi accolto come Totti.

Un livello di riverenza che non riuscivo a capire quanto fosse spontaneo e quanto imposto.

Forse entrambe le cose.

Durante l’evento noi steward eravamo praticamente inutili.

Il cinese mandarino, purtroppo, manca ancora nel mio repertorio di lingue gesticolate.

A un certo punto un signore prova a chiedermi dov’è il bagno.

Tentava disperatamente di dire “bathroom”.

Non ci è mai arrivato.

Alla fine ci siamo capiti a gesti.

Molto più memorabile, però, il top dirigente che, passeggiando nel corridoio, lascia partire un rutto degno dei migliori cinepanettoni.

Ho scoperto che nella loro cultura può perfino essere un segno di apprezzamento.

Mi piace pensare che stesse facendo i complimenti all’organizzazione.

Finito l’evento arriva il momento della foto di gruppo.

Avevamo montato un enorme telo con il logo dell’azienda.

Pensavo servisse per una ripresa con il drone.

Invece no.

Era la base su cui sistemare centinaia di persone.

Tutto calcolato al millimetro.

Il capo supremo aveva addirittura il numero esatto della sua posizione.

Così come tutta la sua squadra.

Dietro, tutti gli altri.

Perfettamente allineati.

Fotografi.

Droni.

Sembrava la Festa della Repubblica.

È stato come fare un viaggio senza uscire da Roma.

Per qualche ora mi è sembrato di stare dentro un film.

Solo che era tutto vero.

Anche questa finisce sul curriculum delle esperienze improbabili.

E poi mi hanno sorriso le cortigiane del capo supremo.

Forse cercavano un vice.

Chissà…



Tre racconti.

Diversi tra loro.

A tratti surreali.

Ma assolutamente veri.

O quasi.

Di cose così me ne succedono parecchie.

Molte non le racconto.

Bisogna pur mantenere un po’ di mistero.

Spero vi siate immersi.

Un po’ come dei piccoli brevi romanzi.

Veri però.

O al più edulcorati.

Con qualche censura.

La verità d’altronde è sopravvalutata.


Una cosa, però, continuo a pensarla.

Bisogna essere camaleontici.

Osservare tutti gli ambienti.

Buttarsi per capire.

Altrimenti, tanto vale restare a casa.





A presto.

A.L.

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